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Nel paese di Adalberto
In novant’anni di vita aveva attraversato gli orrori della guerra, la distruzione di una nazione e la successiva rinascita, salutato il nuovo secolo che si preannunciava pregno di belle ma purtroppo disattese speranze.
Questo percorso di vita, così la pensava lui, gli dava il diritto di affermare con cognizione di causa che il razzismo, perlomeno nella piccola comunità di cui faceva parte, era stato battuto, forse definitivamente.
Aveva vissuto sulla propria pelle di giovane immigrato del sud, l’ostracismo, l’odio che i suoi connazionali nutrivano verso i nuovi arrivati da una regione priva di prospettive in cerca di un onesto lavoro.
Nel corso degli anni aveva visto il rancore crescere a dismisura e di seguito lentamente calare, diluendosi fin quasi a sparire; per ripresentarsi con più forza all’arrivo di nuove ondate migratorie da paesi lontani.
Anche queste ondate, dopo anni di convivenza forzata furono, se non assorbite, perlomeno sopportate.
Così la pensava Adalberto, il nostro ultrapensionato novantenne dal nome desueto, vagamente risorgimentale, in quell’afoso pomeriggio estivo mentre camminava con passo tranquillo lungo il corso, salutando amici, conoscenti, extracomunitari e non, con un garbo e un trasporto tipico di chi è convinto di ciò che andava affermando da tempo: l’odio di classe, etnico o religioso, ogni forma di razzismo anche la più subdola, nel suo piccolo mondo perfetto era stato definitivamente sconfitto.
Un verde e ben curato parco pubblico chiudeva la prospettiva del corso, al suo interno si trovava il circolo della terza età, ritrovo abituale per gli anziani, e lì era diretto per una partita a carte e una chiacchierata con i vecchi amici, Adalberto.
Forse l’interpretazione che lui dava al razzismo, rammentando quello provato sulla propria pelle e quello vissuto dai primi immigrati extracomunitari arrivati in paese portando con sé, oltre alla speranza di una vita migliore, i quattro stracci che indossavano, necessitava di un aggiornamento.
Nel paese di tremila anime in cui risiedeva, in un modo o nell’altro il razzismo come lui lo intendeva si era veramente assopito; ma un altro più subdolo gli presentava ogni giorno il conto, senza che lui, per ignavia o convenienza, fino a quel fatale pomeriggio ebbe mai ad accorgersene.
Il parco dove passava i suoi tranquilli pomeriggi estivi da pensionato, era l’esempio lampante di un’integrazione mai portata a compimento: un muro invisibile divideva lo spazio verde in comparti stagni.
Nel punto meno confortevole, il più assolato dove anche l’erba faticava a conservare il suo bel colore verde, declinando velocemente verso il giallo, si ritrovavano gli extracomunitari.
Sulle panche di pietra, poste ai lati di un vialetto ombreggiato da profumati tigli, si riunivano i ragazzi del paese.
Poco oltre, in fondo al vialetto, circondato da alberi ad alto fusto si ergeva uno chalet di legno, all’esterno del quale, accanto al campo di bocce, erano sistemati i tavoli e le sedie: quello era lo spazio riservato al circolo della terza età.
Una divisione netta, non solo fra etnie, ma addirittura fra generazioni!
Questa nuova forma di ghettizzazione non disturbava il buon Adalberto, paladino antirazzista; i troppi anni avevano indebolito la sua voglia di lottare, spingendolo inconsciamente ad accettare la divisione come regola di buon vicinato.
D’altronde, tempo addietro, dividere i locali dalle altre etnie contribuì a portare la pace nel paese, le tensioni iniziarono ad attenuarsi quando agli extracomunitari furono assegnate le fatiscenti case popolari abbandonate dai residenti, ubicate lontane dal centro.
Quel che si rifiutava di accettare, forse perché non l’aveva ancora ben compresa, era la ghettizzazione generazionale.
Quel pomeriggio, dopo aver assistito a qualche tiro di bocce decise di fare quattro passi lungo il vialetto alberato. Passando accanto ad un gruppetto di ragazzi, incuriosito dal loro allegro vociare decise di sedersi sulla panca accanto alla loro per cercare di carpire il motivo di tanta ilarità.
Il linguaggio ricco di neologismi a lui oscuri non lo aiutava a comprendere il senso delle frasi, così ad un certo punto la curiosità insoddisfatta lo spinse a chiederne conto, intromettendosi nell’allegra diatriba.
Ai ragazzi non parve vero di aver trovato un modo nuovo per proseguire in allegria il pomeriggio; per loro, alla perenne ricerca di qualcosa di diverso e divertente, quel vecchio ficcanaso era la manna caduta dal cielo.
Dapprima iniziarono a replicare con ironia alle sue intromissioni, trascinando anche Adalberto al riso. A volte, involontariamente, i ragazzini sanno essere molto cattivi; fu così che l’ironia goliardica rapidamente mutò in feroce sarcasmo, intristendo lo sguardo aperto di Adalberto che, non essendo né stupido né rincretinito, rendendosi conto che il gruppetto lo stava prendendo in mezzo li rimbrottò bonariamente.
La reazione non fu altrettanto gentile; a muso duro e a male parole lo invitarono ad allontanarsi.
Adalberto, ferito nell’animo dalla maleducazione, dalla mancanza di rispetto, con l’occhio vitreo e lo sguardo da cane bastonato si allontanò inseguito dalle risa di scherno del gruppo; che a questo punto mi permetterei di chiamare: branco.
Offeso nell’intimo come non mai, salutò frettolosamente il gruppetto di amici e s’incamminò verso casa, trattenendo a stento le lacrime.
E finalmente si rese conto che, se il razzismo etnico è duro e aspro, quello generazionale può sconvolgere la vita del più debole, ovvero l’anziano, trattato come merce avariata, un peso inutile di cui disfarsi nella società edonista, dove esso rappresenta sempre e solo un costo, e quasi mai quel che veramente è: uno scrigno d’esperienza e saggezza che solo chi ha vissuto e attraversato gioie e dolori, vittorie e sconfitte, può aver recepito e conservato per trasmetterlo ai posteri.
Adalberto non rivide l’alba del nuovo giorno, se ne andò in punta di piedi nel cuore della notte, sconquassato nell’animo da ciò che aveva appena scoperto: l’inutilità della vecchiaia in una società a misura di giovani.
… E il mondo?
Continuò a girare all’inverso… anche nel paese di Adalberto!
FINE